martedì 31 agosto 2010

Ma la vergogna?

« Cosa crederanno di aver dimostrato, impedendo a Marcello Dell’Utri di parlare? Di compiere un’azione fieramente antifascista, visto che a contestarlo a Como è stata l’Associazione dei partigiani? O di irrobustire la lotta alla mafia, come avranno pensato i giovani dei centri sociali che lo hanno fatto andar via? O di dar vita all’ennesima manifestazione di intolleranza, togliendo il diritto di parola a un politico bollato e vituperato come un nemico mostruoso? La solita storia, purtroppo. Che in questo caso si tinge anche di un po’ di grottesco, visto che la «colpa» di Dell’Utri sarebbe quella di voler pubblicare dei diari di Mussolini. E allora, quale sarebbe il delitto? [...]  Ma la polemica culturale non c’entra niente con le liturgie della messa al bando decretata da un manipolo di prepotenti. Ilbavaglio è una brutto simbolo. [...] Basta rispettare le regole della democrazia. Senza distinguo pretestuosi.»  [Il Pompiere della Sera, 31 agosto 2010 - prima pagina]

 Pierluigi Battista porta lo stesso cognome del Giovanni, ma tutto ha tranne che del predicatore. Sale in cattedra per tenere una lezione di democrazia, e si scorda -che sbadato - di ricordare ai lettori del Pompiere della Sera che Marcello Dell'Utriha una condanna in primo e in secondo grado per concorso esterno in associazione mafiosa. E fa pure il senatore, il Marcello dei quattro pensionati al bar.
 Evidentemente al Corriere gli editorialisti sono sbadati: pochi giorni fa si erano scordati di riportare le accuse di Spatuzza a Schifani, che sarebbe nientepopodimeno che il collegamento tra la mafia e l'accoppiata Dell'Utri (solo per coincidenza, quello della contestazione di ieri) - Berlusconi (quello dell'undicesima domanda che Bossi non pose mai). E Schifani, tra l'altro, al Senato non fa il senatore ma si occupa di   presiederlo direttamente. 

 Considerato dunque che al Senato ci hanno mandato anche tipetti raccomandabilieletti dalla 'ndrangheta, come Nicola Di Girolamo, e considerato che tre indizi fanno una prova - ma di indizi volendo ce ne sarebbero a iosa -, direi che la lotta alla mafia ormai non si fa portando a termine blitz scenografici a Palermo o a Corleone, ma facendo una ben più agevole retata in Parlamento. 

 Care forze dell'ordine, rifletteteci: sono tutti chiusi nello stesso stanzone, non hanno mitra in mano e non ci sono cunicoli o passaggi segreti ad agevolare la fuga. Cos'è, non vi piace vincere facile?







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Fischiamoli tutti




Marcello Dell'Utri, condannato in appello a sette anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa, è un senatore del Pdl. E' soprattutto il co-fondatore (insieme a Silvio Berlusconi) di Forza Italia.
Ieri Dell'Utri, invitato a Como per parlare dei presunti diari di Mussolini durante la rassegna ‘ParoLario’, è stato costretto ad abbandonare il palco. Un gruppo di cittadini ha contestato il fatto che un condannato per mafia potesse intervenire durante un evento culturale. 
Cosa deve dire alla gente un uomo che ha avuto rapporti con le cosche mafiose, che ha patteggiato la pena di due anni e tre mesi di reclusione per false fatture efrode fiscale nell'ambito della gestione di Publitalia '80 e che risulta indagato nell'inchiesta sulla P3, l’associazione segreta che ha tentato condizionare le decisioni dei giudici della Consulta sulla costituzionalità del Lodo Alfano? O meglio,cosa deve imparare un cittadino onesto, un precario, un impiegato, da un soggetto del genere?
Le proteste nei confronti di Dell'Utri sono un segnale positivo, nonostante si cerchi di sminuire l'accaduto con le solite analisi all'italiana. La presa di coscienza della popolazione è sempre più forte. E se personaggi come Dell'Utri vengono cacciati a suon di fischi dalle piazze, forse il risveglio sociale non è poi così lontano. C'è ancora un'Italia capace di indignarsi. Ed è proprio da qui che si deve ripartire.Iniziamo a zittire quelli come Dell'Utri in tutte le piazze d'Italia, perché non è lì che dovrebbero stare, ma in galera.
Sono convinto, oggi più che mai, che se tutti i cittadini potessero seguire quotidianamente in Aula le sedute parlamentari, dai banchi del Pdl non si alzerebbe più nessuno. Dell'Utri non può pretendere stima e apprezzamento dai cittadini, considerato che quelli come lui siedono in Parlamento grazie a una legge elettorale che il Paese non vuole, e grazie alla quale hanno evitato di finire in galera. Per questo, non mostrino le piume in pubblico. E' un fatto di decenza.


da http://www.antoniodipietro.com/2010/08/fischiamoli_tutti.html?notifica


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Conati di vomito

Conati

« Berlusconi mi ha detto che Bersani è andato a dirgli che se avesse avuto problemi, i voti per non andare alle elezioni glieli avrebbe dati lui »
[Umberto Bossi - Corriere della Sera 30/08/2010 p.9]
 Adesso vi diranno che è una pillola che va mandata giù perché c'è la crisi, perchè senza una nuova legge elettorale vince di nuovo il Cavaliere, perché bisogna risolvere il conflitto di interessi, perché bisogna fare le grandi riforme...
 
 Non starò qui a dirvi che se c'è la crisi, allora è tanto più urgente avere un governo che lavori per risolverla, e non uno che perda tempo, denaro e futuro per inseguire i propri interessi. Non voglio neppure farvi notare che una legge elettorale non la voteranno mai, perchè non la vuole nessuno e perché chi la vuole non è neppure d'accordo su quale modello adottare. Non aggiungerò che il conflitto di interessi non l'hanno risolto neppure quando erano al governo, figuriamoci adesso che sono in minoranza, e non ironizzerò sul fatto che le grandi riforme di cui si parla sono solo quelle che garantiscono piccoli processi.

 Voglio solo dirvi che questo politichese astruso, questo tatticismo da scacchista perdente, questo mestiere che esisteva ancor prima di quello comunemente ritenuto il più vecchio del mondo, di certo meno degradante, questa accidiosa inerzia, questa indecorosa ignavia, questa disgustante antitesi dell'icona del prode combattente, del valoroso guerriero, questo flaccidume in luogo di una sana e tonica virilità, questa melina a centrocampo in luogo del gioco maschio e ardito, tipica di chi risponde a interessi diversi rispetto al volere degli spalti, di chi chiude gli arbitri negli spogliatoi a fine partita, di chi tratta per sè e non in nome di tutti... Ecco: tutto questo mi è insopportabile, lo rigetto con un senso di nausabonda oppressione interiore.

 La nave affonda, l'acqua invade ormai le stive e gli alloggi del personale ma gli ufficiali di bordo fanno i conti su cosa conviene a loro stessi, se affondare subito requisendo viveri e scialuppe oppure se mangiare e bere a sazietà, ripulendo le cambuse, mentre i topi annegano, nell'attesa che la prossima nave da crociera sia sufficientemente vicina per effettuare il trasbordo dei loro averi.

 Tutto avrei creduto di vedere nella vita, tranne Fini che minaccia di togliere la maggioranza a Berlusconi e Bersani che si offre di restituirgliela.

 Scusate, vado a dare di stomaco.




da http://www.byoblu.com/post/2010/08/30/Vado-a-vomitare.aspx Condividi

Il cavaliere e la rockstar Gheddafi

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Il weekend appena trascorso verrà ricordato, in Italia, per la visita a Roma di Muammar Gheddafi. Il leader libico è stato accolto come una rockstar. Un'agenzia ha reclutato 500 hostess. Fotografi e cronisti hanno seguito, attimo dopo attimo, ogni spostamento del colonnello di Tripoli. Non c'è giornale che non riporti una sua foto in prima pagina. Lui, il dittatore libico, ha voluto lanciare un appello all'Europa affinché l'Islam diventi la religione dominante.
Il Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, ha parlato di 
folklore e ha "chiesto", come sa fare lui, di non gonfiare il caso.
Ma come è possibile siglare trattati con 
GheddafiCom'è possibile svendere la dignità dell'Italia? Come è possibile che, mentre gli altri Paesi ospitano leader democratici, in Italia arrivi un dittatore, venga accolto come una star in aeroporto con 500 ragazze reclutate apposta per lui?
Ci dicono che c'è un trattato di "amicizia" fra Italia e Libia, siglato nell'ottobre 2008. Dunque Berlusconi svenderebbe e umilierebbe l'Italia, trasformandola nel palcoscenico di un dittatore, in cambio di un trattato che prevede un esborso di cinque miliardi di euro in 25 anni per risarcire la Libia dai danni coloniali. In cambio, una strada prioritaria per le aziende italiane.
In realtà, però, dietro a questa storia c'è un grosso giro di affari che coinvolge direttamente il Presidente del Consiglio. Gheddafi fa la star in casa nostra perché Berlusconi tutela l'ennesimo conflitto d'interessi. Come scriveva il 'Guardian', qualche giorno fa, c'è un 
legame d'affari fra Gheddafi e Berlusconi. Una società libica chiamata Lafitrade ha acquisito il dieci per cento della Quinta Comunication, una compagnia di produzione cinematografica fondata da Tarak Ben Ammar, storico socio di Berlusconi. Lafitrade è controllata da Lafico, il braccio d'investimenti della famiglia Gheddafi. E l'altro partner di Ben Ammar nella Quinta Comunication è, "con circa il ventidue per cento del capitale", scrive il 'Guardian', una società registrata in Lussemburgo di proprietà della Fininvest, la finanziaria di Berlusconi. Sempre il 'Guardian' faceva notare il fatto che Quinta Comunication e Mediaset, ossia l'impero televisivo di Berlusconi, possiedono ciascuna il venticinque per cento di una nuova televisione via satellite, Arabala Nessma Tv, che opera anche in Libia, sulla quale il colonnello potrebbe esercitare influenza attraverso la quota che ha rilevato nella Quinta Comunication.
Il premier, quindi, 
svende la dignità del Paese per tutelare le sue aziende.
In compenso, però, fra qualche mese la foto di Berlusconi
 comparirà sui passaporti libici. Forse il Presidente del Consiglio, conscio della prossima sconfitta elettorale, ha deciso di scappare a Tripoli, che non è come la tunisina Hammamet, ma si sta bene anche lì.


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dopo tanta assenza torna spinoza su questo blog ^_^




La rivoluzione bussa

Lettera di Veltroni al Corriere. In pratica anonima.


Veltroni manda una lettera al paese. Il paese ricambia, ma senza lettera.


Il testo dell’ex segretario analizza la situazione politica. La prende un po’ alla lontana: “Chiamatemi Ismaele”.


Veltroni: “Corriamo il rischio che questa monarchia livida sia sostituita da una pura difesa dell’esistente”. Quale delle due è il Pd?


Veltroni dice cosa farebbe se avesse vinto le elezioni due anni fa. Particolarmente toccante il passaggio su mio nonno e il flipper.


“Quasi quattordici milioni di italiani fecero una croce sul simbolo che conteneva il mio nome”. Già, buffo no?


La lettera è stata pubblicata incompleta: manca la parte in cui gli sta bene anche il contrario.


Intanto il Pd lancia una mobilitazione porta a porta. Poi il partito si spacca sulle mozioni “bussare” e “campanello”.


Bersani: “Faremo il più grosso porta a porta della storia”. Aspira ai più grossi vaffanculo.


Quelli del Pd gireranno casa per casa per convincere la gente. E per abituarsi al loro prossimo lavoro.


L’obiettivo è informare i cittadini sui danni causati dal governo Berlusconi. Per esempio il fatto che per informarli bisogna andare di casa in casa.


(Stavolta non servirà rispondere “Non voglio niente”: è proprio quello che loro hanno da offrire)


“Casini? È uno stronzo. No, purtroppo non l’ha detto Bersani.


Bossi ha dato dello stronzo a Casini. Anche un orologio rotto due volte al giorno dà l’ora esatta.


La replica di Casini: “Non so se Umberto abbia preso un colpo di sole o qualche bicchiere di troppo”. Nessuno gli ha detto dell’ictus.


Letizia Moratti promette“Saremo più duri anche con gli immigrati comunitari”. Ponendo così fine a un’ingiusta discriminazione.


Espelleremo chi non rientra nei requisiti di reddito minimo e dimora adeguata”. Un altro duro colpo alla ricerca universitaria.


Alluvione nel Kashmir. Milioni di capre ristrette.


Il Pakistan è in ginocchio e non riesce a far fronte all’emergenza. Con tutto quello che hanno speso per avere la bomba atomica?


L’Onu: “Gli aiuti non bastano. Perciò non li manderanno.


Cile, 33 minatori intrappolati in una miniera: per la loro salvezza ci vorranno quattro mesi. Se scavano nella giusta direzione.


Al via la tessera del tifoso. Io continuo a preferire il microchip.


Itaca, trovata la casa di Ulisse. Ora ci vive il cognato.






Celere alla celere

È morto Francesco Cossiga. Kondoglianze.


È morto Francesco Cossiga. Falce batte piccone.


È morto Francesco Cossiga. Ma puzzava già da anni.


È morto Francesco Cossiga. La salma sarà insabbiata domani.


È morto Francesco Cossiga. Resterà vivo il suo “Non ricordo”.


È morto Francesco Cossiga. Non fiori ma opere di intelligence.


È morto Francesco Cossiga. Aveva 62 anni più di Giorgiana Masi.


È morto Francesco Cossiga. Non si prevedono ulteriori miglioramenti.


È morto Francesco Cossiga. Si continua a girare intorno al problema.


È morto Francesco Cossiga. Pare si sia trattato di un cedimento strutturale.


È morto Francesco Cossiga. Non sapremo mai come si sono estinti i dinosauri.


È morto Francesco Cossiga. In sua memoria verranno osservati quarant’anni di silenzio.


È morto Francesco Cossiga. Le vie che gli saranno dedicate porteranno da tutt’altra parte.


Cossiga aveva 82 anni. Di cui molti nostri.


(Non capisco i giornali che titolano “Cossiga non ce l’ha fatta”. Lo scopo non era morire democristiani?)


Pochi giorni fa Cossiga aveva ricevuto l’estrema unzione. Come se non fosse già abbastanza viscido.


Le ultime volontà di Cossiga: nessuna autorità dello Stato ai funerali. Ci teneva a non dividere la scena con altri cadaveri.


I funerali di Cossiga si svolgeranno in forma privata. È che i cortei numerosi proprio non gli piacevano.


(in realtà Cossiga non è morto. Si è infiltrato nell’aldilà)


Ai funerali saranno presenti numerosi esponenti delle forze dell’ordine. Vestiti da parenti.


Consegnate a Napolitano, Berlusconi, Fini e Schifani quattro lettere di Cossiga. Incredibile, manda già i saluti!


Cossiga ha lasciato lettere alle quattro più alte cariche dello Stato. In ognuna si sparla delle altre tre.


Schifani ha interrotto le vacanze alle Eolie per fare rientro a Roma. Proprio adesso che c’era il terremoto.


Calderoli: “Cossiga ha insegnato qualcosa a ciascuno di noi”. A me, ad esempio, a imitare il sardo.


(Se ci pensate, Cossiga non era molto diverso da un Tampax: da fuori non si vedeva nulla, ma nei bagni di sangue lui c’entrava sempre)


“È inutile che mi guardiate in quel modo” ha dichiarato Andreotti.






Special K

Cossiga ricoverato al Gemelli. La prognosi è segreta.


Le sue condizioni destano grande preoccupazione: è ancora vivo.


Da parecchi giorni il Presidente è inerte e privo di conoscenza. E anche Cossiga non se la passa tanto bene.


Molte le telefonate in ospedale di politici e amici. La domanda più frequente: “Non parla più, vero?”.


Previsto a breve un nuovo bollettino medico. Sarà lasciato in una cabina telefonica.


A Cossiga è stata impartita l’estrema unzione. Così potrà entrare meglio in un portabagagli.


Compare il nome di Berlusconi in un pizzino di Ciancimino a Provenzano. È sulla carta intestata.


Il premier avrebbe donato cento milioni di lire a Provenzano, almeno secondo il pizzino comunista di certa mafia.


Ghedini: Quereleremo chi sosterrà che Berlusconi ha finanziato Cosa nostra”. Erano solo gli interessi per il prestito.


Farefuturo denuncia“Nel Pdl manganellatori di professione”. Rimpiangono quando si faceva politica per passione.


Vasco Errani: “Bersani è una risorsa. Bisogna scavare per trovarlo.


Il virus H1N1 è uscito di scena. A breve i casting per l’influenza 2010.


La pandemia è stata dichiarata conclusa. Ora ho capito cos’è il marketing virale.


Secondo l’Oms “il virus ha ampiamente fatto il suo corso”. Ovvero: “le case farmaceutiche sono finalmente rientrate delle spese”.


Va a Lourdes per un problema cerebrale, torna con due gambe rotte. Non sapevo facessero anche permute.


Morto concorrente dei mondiali di sauna. Già allestita la camera ardente.


L’uomo è rimasto per sei minuti a centodieci gradi. Per l’autopsia è bastato un grissino.


Ai partecipanti veniva chiesto di resistere quanto più possibile a una temperatura di centodieci gradi. Una competizione così intelligente che si fa fatica a lasciar fuori Gasparri dalla battuta.


Abbandonato da tutti, al cane non resta che il suicidio. È il titolo dell’ultimo editoriale di Vittorio Feltri.


Nuovo sito web per il Vaticano. Ti cerca lui.






Troppe connessioni

Tengono banco le indagini sulla nuova P2. Le solite repliche estive.


Verdini lascia la presidenza della sua banca. Ora dovrà riabituarsi a un normale portafogli.


Berlusconi: La legalità è la mia stella polare”. Nel senso che è distante svariati anni luce.


Dell’Utri resta solo un’ora in procura. Poi doveva vedere degli amici.


Il senatore è rimasto in silenzio davanti ai giudici. Capita, dopo tanti anni, di non avere più niente da dirsi.


Napolitano“La magistratura vada a fondo”. Almeno su una cosa è d’accordo con Dell’Utri.


Stupore a Roma: Berlusconi entra in un negozio di casalinghi. La dura vita del single.


(Di certo non cercava uno zerbino. Ne ha già abbastanza)


Altri due militari italiani muoiono in Afghanistan. Ancora poco e per me abbiamo vinto.


“Queste notizie creano dolore” ha dichiarato Berlusconi ripiegando la Gazzetta.


La Russa: “L’obiettivo della missione è sempre lo stesso”. Mandare al creatore abbastanza gente per fingersi una potenza.


Criminali tentano di rubare le reliquie di Padre Pio. Ormai non passa giorno senza una rapina in banca.


La chiesa di Scientology di Roma organizza una visita guidata. Solo per oggi ingresso gratuito.


“La musica è incompatibile con l’Islam”, ha dichiarato l’ayatollah Khamenei bussando con la scopa sul soffitto.


Vince diecimila euro al Gratta e vinci, ma non può ritirarli perché non è italiano. Che comunque è una bella consolazione.


New York, uomo sopravvive dopo essere stato colpito da 21 proiettili. Vendeva bibbie tascabili.


Furto in casa di Carlo Taormina. Sparito il telegatto.






Verranno a chiederti del nostro amore

Berlusconi intima a Fini di lasciare la Camera. Senza nemmeno chiamargli un taxi.


Fini cacciato dal Pdl. Il consiglio ora è di correre a zig zag.


Berlusconi: “L’offerta di tregua è arrivata troppo tardi”. Potete dire ai finiani di uscire da quel cavallo.


(In pratica, Fini torna alle origini. Fa scismi)


Anche Bocchino, Briguglio e Granata fuori dal Pdl. I pm li guardano già con disinteresse.


I tre saranno deferiti al collegio dei probiviri. Appena l’ufficio casting di Mediaset li avrà scelti.


(I probiviri del Pdl. Una figura ormai leggendaria, come gli scopamici)


Una nota di Palazzo Chigi: “Sui giornali ricostruzioni fantasiose”. Su uno c’è addirittura scritto “Repubblica”.


Berlusconi: “Non sono più disposto ad accettare il dissenso”. Caccia Fini e gli ruba pure le idee.


L’editoriale di Minzolini ci ricorda che queste voci di crisi sono spesso esagerate. E comunque nulla che non si possa risolvere restando a casa nelle ore più calde.


Ora Fini è in trincea. Finalmente ha un buon motivo per strisciare.


Si rincorrono indiscrezioni sul nome del nuovo gruppo dei finiani: tra le proposte Azione Nazionale, Nazione e Libertà, Futuro Nazionale, Futuro e Libertà, Decima Mas.


Berlusconi: “Mi sono tolto un peso, come quando ho divorziato”. Un bel messaggio per l’elettorato cattolico.


A una domanda sulla possibilità di elezioni anticipate Bossi mostra il dito medio. Lo prendiamo come un forse.


Si attendono le dichiarazioni di Gasparri. Prima che il gallo canti.


Bersani: “Il governo non c’è più”. Finalmente ora sono pari.


Il Pd si riunisce in assemblea per analizzare la situazione: come salvare il governo stavolta?


“La maggioranza è autosufficiente” ha detto Bossi cagandosi addosso.




da www.spinoza.it

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Schifani, basta la parola - Marco Travaglio





Testo:
Buongiorno a tutti, torniamo in diretta dopo le vacanze, spero che siano andate bene per tutti quanti voi.
Torniamo a parlare di attualità, in particolare della seconda e terza carica dello Stato, la quarta, il Cavaliere, lasciamola un attimo da parte, perché è interessante vedere le novità che sono emerse sul presidente del Senato e sul presidente della Camera in questo mese in cui non ci siamo parlati in diretta e l'eco che le novità sui presidenti dei due rami del Parlamento hanno avuto presso la pubblica opinione. Cosa è emerso, quanto è grave e quanto se ne è saputo: c'è un'asimmetria totale sulle informazioni a proposito della seconda carica dello Stato, Schifani, e della terza Fini.
Il "caso" Fini (espandi | comprimi)
Fini, alla fine di luglio, è stato di fatto messo alla porta dal partito che aveva cofondato insieme a Berlusconi, è stato di fatto cacciato con una segnalazione ai probi viri del PDL – pare che il PDL abbia addirittura trovato dei viri probi, non si sa bene dove li abbia trovati – questi probi viri rimasti inattivi tutti questi anni, del resto non c'era materia per coinvolgere i probi viri, c'erano solo casi come quelli di Dell'Utri, Verdini, Cosentino, Brancher, Berlusconi quindi a che servono i probi viri?
Invece, appena Fini ha pronunciato la parola legalità e Granata la parola antimafia, sono stati immediatamente cacciati, perché certe parole non si dicono, non sta bene pronunciare certi vocaboli volgari e inopportuni. Quindi per eccessi di legalità e antimafia, Fini e i suoi fedelissimi, Granata, Briguglio e Bocchino, sono stati messi alla porta. E allora c'è stata la scissione: molti parlamentari, molti più di quelli che Berlusconi si aspettava, hanno seguito Fini. Sono più di trenta alla Camera e una decina al Senato, tanti quanti ne bastano per far perdere la maggioranza a PDL a Montecitorio e, può darsi, se si sganciano ancora un paio di senatori, anche a Palazzo Madama.
Berlusconi, circondato da servi, era stato rassicurato dai suoi servi, i quali non gli dicono la verità ma solo quello che vuole sentirsi dire, gli avevano garantito che intorno a Fini c'erano quattro gatti e quindi potevano essere buttati fuori senza problemi; in realtà i gatti erano 44 e così si è ritrovato praticamente con la maggioranza in crisi, anche se adesso sta cercando, con una bella campagna acquisti in perfetto stile arcoriano, di ricomprarsi qualcuno.
Da quel momento Fini è diventato il personaggio del giorno, è stato oggetto di prime pagine, tutti i giorni, sui giornali di Berlusconi o fiancheggiatori, soprattutto i soliti tre o quattro cioè il Foglio, il Giornale e Panorama e, naturalmente, su Libero che è la fotocopia, il ciclostilato del Giornale, e poi sui telegiornali delle reti Mediaset e sul TG1 del prode Minzolingua, che ha seguito amorevolmente le vicende di Fini e famiglia, in perfetta sintonia con gli house organ della ditta.
Così, per tutta l'estate tutti gli italiani praticamente, almeno una volta, hanno sentito parlare di scandali a proposito di Fini. Qual è lo scandalo? In estrema sintesi, lo scandalo sarebbe questo: Fini convive con la sua nuova compagna, Elisabetta Tulliani, già fidanzata di Luciano Gaucci, la quale Tulliani ha un fratello che quindi è il quasi cognato di Fini, di fatto il cognato di Fini, che, come la società intestata alla madre della Tulliani ha avuto qualche lavoretto alla Rai e, soprattutto, affitta, non si sa per quale cifra, un alloggio di 65 mq a Montecarlo.
Questo alloggio è il vero centro del cosiddetto caso Fini dell'estate, perché questo alloggio una dozzina di anni fa fu lasciato in eredità ad AN, cioè a Fini, da una nobildonna, la contessa Anna Maria Colleoni, discendente di Bartolomeo Colleoni, il condottiero che la leggenda vuole avesse tre palle e non solo due come noi comuni mortali; ebbene, questa signora dona varie proprietà fra le quali questo alloggetto a Montecarlo ad AN, cioè al partito di Fini.
L'alloggio viene valutato, in quel momento, da esperti a cui viene dato in esame, anche per le sue condizioni che vengono descritte piuttosto fatiscenti, 400-450 milioni di lire, una dozzina di anni fa, ripeto, dopodiché rimane improduttivo, infruttuoso per anni fino a quando, non so se due o tre anni fa, gli amministratori di AN decidono di venderlo a una società estera che ha sede nell'isola di Santa Lucia, ai Caraibi. Questa società lo paga 300.000 euro, quindi l'equivalente di circa 600 milioni di lire, più di quello che era stato valutato. Questa società lo rivende a un'altra società gemella, diciamo, che ha sede anch'essa nelle isole di Santa Lucia e questa società, lo si è scoperto quest'estate, ha affittato questo appartamento a Giancarlo Tulliani, il quasi cognato di Fini.
Immediatamente, la storia ovviamente fa notizia perché c'è il sospetto che Fini abbia dirottato questo appartamento a prezzi di favore tra le mani di suo cognato.
Fini fa un comunicato dicendo di aver saputo che la casa era stata venduta ma di non aver saputo che poi quelli che l'avevano comprata l'avevano affittata a suo cognato, e lì il Giornale, Libero, Panorama e tutta la grancassa si sono scatenati nel tentativo di smentire questa versione di Fini, e finora, devo dire, non ci sono riusciti. Sapete che hanno tentato, addirittura, di farlo con la storia di una cucina Scavolini da 4500 euro che Fini e la Tulliani comprarono in un mobilificio alla periferia di Roma, sull'Aurelia, un posto non proprio da VIP e una cucina non proprio da VIP, 4500 euro.
Cucina che, secondo un supertestimone scovato dai segugi del Giornale, un arredatore che lavorava in questo mobilificio insieme alla moglie, si diceva che fosse destinata a Montecarlo. Questa sarebbe dunque la prova che, se Fini avesse comprato la cucina per la casa di Montecarlo dove abita Tulliani, sapeva benissimo che Tulliani aveva affittato quella casa, e questa sarebbe la prova non che Fini ha rubato, ma almeno che ha mentito, che ha in qualche modo favorito il quasi cognato.
Fini ribatte che la cucina non è a Montecarlo, ma in una casa di Roma; a questo punto sta naturalmente al Giornale e a Libero dimostrare che non è vero, e non ci riescono. Anzi, questo loro supertestimone comincia a balbettare, a dire che non è sicuro, comunque non ci sono carte che dimostrino la spedizione della cucina a Montecarlo; è anche abbastanza improbabile che chi vuole arredare un appartamento a Montecarlo compri una cucina a Roma e poi spenda un sacco di soldi in spedizione. Se uno vuole arredare una casa a Montecarlo, i mobili li compra a Montecarlo o lì vicino, quindi sarebbe anche una cosa abbastanza curiosa. Insomma, il legame tra la cucina e Montecarlo non viene fuori e, anzi, si scopre un elemento piuttosto sospetto: il supertestimone, l'arredatore, dice di avere dato le dimissioni dal mobilificio, lui e la moglie perdendo così il posto di lavoro e due stipendi in una botta sola, per poter finalmente gridare la verità su Fini, che peraltro loro dicono di non conoscere perché sostengono semplicemente di aver sentito dire che la cucina andava a Montecarlo. O siamo di fronte a un eroe, a un temerario, a un martire che si immola col suo posto di lavoro e il suo stipendio al servizio della verità, oppure dobbiamo pensare che sia uno dei tanti supertestimoni, ne abbiamo visti in questi anni, che poi si sono scoperti calunniatori diciamo con la loro bella convenzienza. E voi sapete che l'impero del presidente del Consiglio non ha problemi a sistemare qualcuno dopo che ha reso i giusti servigi. Comunque, in questo caso, non sappiamo cosa ci sia dietro, sappiamo però che quella cucina non si è dimostrato che sia a Montecarlo, anzi Fini farebbe molto bene quando rientra dalle vacanze a spalancare le porte della casa dove è situata questa cucina in modo da sbugiardare, se lo può fare, i giornali che lo hanno attaccato per tutta l'estate.
Resta il fatto, naturalmente, che Fini deve completare la spiegazione: nel comunicato ha dato alcuni elementi, dicendo che al momento possedeva soltanto quelli, si spera che adesso acciuffi il Tulliani, gli faccia sputare tutta la verità su questa storia, e se Tulliani avesse avuto delle condizioni di favore danneggiando così le casse del partito, gli faccia scucire un po' di soldi a titolo di risarcimento perché pare che al Tulliani non manchino i mezzi, visto che è stato fotografato con una Ferrari.
Questo è lo scandalo Fini, naturalmente non c'è nemmeno un euro di denaro pubblico che balla in tutta questa storia, quindi è un discreto chissenefrega, forse in Scandinavia ci si potrebbe dedicare al ricamo e al merletto e quindi andare a vedere il pelo nell'uovo, perché stiamo parlando davvero di un pelo nell'uovo: è un bene privato che viene venduta a un ente privato. I partiti purtroppo non hanno una configurazione giuridica che consenta di controllare i bilanci, la gestione dei finanziamenti pubblici che ricevono, il partito lo vende a società private, la società privata affitta a un altro privato, quindi non stiamo parlando di denaro pubblico, nulla a che vedere con gli scandali delle banche o delle tangenti, dove appunto ci sono denari pubblici. E nulla a che vedere nemmeno con il caso Scajola, a cui Feltri ha tentato invano di paragonare il caso Fini-Tulliani. Il caso Scajola è un ministro che si fa pagare la casa con 900.000 euro, una casa da 250 mq sul Colosseo, da un costruttore, Anemone, senz'arte né parte, che comincia a vincere appalti su appalti dal governo, dalla Protezione Civile, dal ministero dell'Interno, quindi altroché se ci sono soldi pubblici. Mentre nella trafila dell'alloggio di Montecarlo, finito poi in affitto a Tulliani non c'è nemmeno un euro di denaro pubblico. Ma in ogni caso Fini deve spiegare, perché comunque dobbiamo sapere se è o è stato succube di questo sgomitante Tulliani e dobbiamo sapere come è stato alienato un bene del partito. Se non ha nulla da nascondere, come dice, non avrà problemi a tirar fuori tutti i passaggi e prendere ulteriormente le distanze da questo signorino troppo intraprendente che evidentemente ha speso più di una volta il cognome di Fini approfittando del fatto che si è fidanzato con sua sorella; anche se poi, alla fine, il bottino non è stato granché, stiamo parlando di un appartamentino a Montecarlo e stiamo parlando di un appaltino su Rai2 per una serata, una seconda serata. Voglio dire, visto come vanno le cose in Rai, è proprio anche lì il pelo nell'uovo. Però, ogni spiegazione richiesta va data, soprattutto se, come dice Fini, non si ha nulla da temere.
E questo è quello che è emerso a carico della terza carica dello Stato, il presidente della Camera Gianfranco Fini. Uno di questi giorni mi metterò lì e conterò quante prime pagine di Libero, del Giornale e quanti titoli dei telegiornali pubblici e privati sono stati dedicati a questa solennissima minchiata della cucina e della casa di Montecarlo. Per non parlare del linciaggio che ha subito Elisabetta Tulliani di cui ancora non si è capito quale sia il delitto, se non quello appunto di stare insieme a Gianfranco Fini, a sua volta autore del gravissimo delitto di essersi smarcato da Berlusconi, perché se Fini non si fosse smarcato da Berlusconi e fosse rimasto sotto il suo ombrello protettivo a quest'ora potrebbe andare a rapinare le banche e stuprare le minorenni e nessuno scriverebbe una riga su quello sta facendo il rapinatore e stupratore Fini, anzi ci sarebbero forbiti editoriali di Feltri e Belpietro, i quali sosterrebbero che è cosa buona e giusta stuprare le minorenni e rapinare le banche.

Schifani e l'ombrello del Cavaliere (espandi | comprimi)
Vediamo ora che cosa succede a chi rimane sotto l'ombrello protettivo del Cavaliere, per esempio la seconda carica dello Stato, Renato Schifani.
Su Renato Schifani ci siamo intrattenuti più volte, sapete quello che era emerso fino a un mese e mezzo fa, anche perché ero andato a parlarne da Fabio Fazio due anni fa, perché ne avevano scritto Gomez e Lirio Abbate nel loro libro “I Complici”, perché ne aveva scritto Marco Lillo su L'Espresso, perché c'era stato detto che non erano cose gravi, c'era stato detto che non ci sarebbe stato più niente da scoprire su Schifani, quindi bisognava smetterla di parlare di Schifani.
Ricordere l'attacco che io subii dal vicedirettore di Repubblica, il quale mentre io parlavo di Schifani tirò fuori che il problema ero io, perché si diceva che io vado in vacanza a spese della mafia, e dovetti documentare che le vacanze mie me le ero pagate da solo e che non avevo mai conosciuto mafiosi in vita mia. Insomma, lasciamo perdere il pregresso di Schifani: lo conosciamo.
Ci sono novità? Sì, ci sono almeno quattro novità che sono emerse grazie a due organi di stampa, fra i pochissimi liberi in Italia, liberi di parlare della seconda carica dello Stato, sebbene sia protetta dall'ombrello del Cavaliere. Uno è Il Fatto Quotidiano, l'altro è L'Espresso.
Il Fatto Quotidiano, grazie a Marco Lillo, ha scoperto in questo mese di agosto tre fatti piuttosto importanti e gravi.
Il primo: Schifani, oltre a tutto quello che già sapevamo, ha nel suo pedigree tre iscrizioni nel registro degli indagati per associazione mafiosa, non per concorso esterno ma per associazione mafiosa, della procura di Palermo che negli anni l'ha indagato tre volte e lo ha fatto archiviare dal GIP tre volte per decorrenza dei termini delle indagini. Cos'è l'archiviazione? Non è l'assoluzione: l'assoluzione vuol dire che ho accertato che tu sei innocente o che non ci sono le prove che tu sia colpevole. Ho fatto tutto il lavoro, indagine, processo, dibattimento e ho stabilito che tu non sei colpevole. L'archiviazione è un'altra cosa: c'è una notizia di reato, iscrivo la persona che è sospettata di averlo commesso, indago, quando mi scadono le indagini non ho concluso la mia indagine e al momento non ho elementi per chiedere il rinvio a giudizio, allora chiedo al giudice di archiviare. Mettiamo in archivio, facciamo un provvedimento di archiviazione. Vuol dire che se emergono nuovi elementi possiamo riaprire quell'indagine, invece se uno viene assolto per gli stessi fatti per i quali è stato assolto non può più essere reindagato e ripreocessato, si chiama ne bis in idem. Questo è molto importante per capire la differenza. L'archiviazione può essere riaperta in qualsiasi momento, mentre l'assoluzione chiude la partita.
Schifani viene indagato, archiviato, poi indagato di nuovo, poi archiviato di nuovo, poi indagato di nuovo, poi archiviato di nuovo perché negli anni Novanta e nei primi anni Duemila emergono degli elementi che fanno ritenere che sia partecipe dell'associazione mafiosa Cosa Nostra. Poi questi elementi non bastano mai per chiedere il rinvio a giudizio, archiviazione.
La prima volta viene indagato nel 1996, era procuratore Caselli a Palermo. Si pente l'ingegner Salvatore Lanzalacco, professionista di Palermo che si occupava di appalti pubblici, era in contatto con Angelo Siino, il re degli appalti, il garante della mafia e del sistema delle imprese della politica sul tavolino della spartizione, sapete che in Sicilia le tangenti gli imprenditori non le devono pagare solo ai politici, le devono pagare anche ai mafiosi sotto forma di sub appalti alle imprese amiche di Cosa Nostra. Lanzalacco racconta l'appalto della metanizzazione del Comune di Palermo, una gara da 140 miliardi di lire, che viene aggiudicata nel 1993 a un'associazione temporanea di imprese capeggiata dalla Saipem di Milano, credo che la Saipem fosse del gruppo Eni. Secondo Lanzalaco quella gara era truccata a suon di mazzette e c'era una percentuale dell'1.5 percento per la mafia e per un suo socio. Lanzalaco racconta di essere andato a Parma a parlare con gli imprenditori della ditta Bonatti sulla spartizione dei lavori che avrebbero dovuto andare in subappalto alle imprese mafiose o amiche della mafia.
Cosa succede? Che in queste missioni al nord per parlare di quell'appalto, a Parma, dice Lanzalaco “partecipava l'avvocato Schifani” che all'epoca era un consulente del comune di Palermo e, dice Lanzalaco, “lo Schifani era a conoscenza di tutte le fasi illecite di gestione della gara e mi risulta che fosse molto inserito tra i consulenti del comune di Palermo”. Schifani viene iscritto nel registro degli indagati il 13 marzo 1996 per associazione mafiosa. Nel marzo 1998, cioè due anni dopo, massimi termini per indagare, viene archiviato perché il GICO della guardia di Finanza non ha ancora consegnato il rapporto che la procura gli ha commissionato per riscontrare le accuse di Lanzalaco.
Il rapporto arriva dopo l'archiviazione, e sulla base di questo la procura reiscrive Schifani, perché nel rapporto c'è la notizia di reato, cioè per esempio si scopre che i subappalti li ottennero per il movimento terra ditte che facevano capo al cugino del boss Cancemi, poi pentito, Vincenzo Cancemi, e una società di Vito Buscemi, poi arrestato e sottoposto a misura di prevenzione per mafia. Buscemi, tra l'altro, abita nel palazzo di Via D'Amelio costruito da una cooperativa in cui sia Buscemi che Schifani sono stati soci per un certo periodo, prima di diventare condomini di questo stabile che sta nella stessa via dove esplose la bomba contro Paolo Borsellino.
I finanzieri vanno anche a controllare se è possibile che Schifani abbia viaggiato in quel periodo in cui c'era questa spola tra Palermo e Parma, e scoprono appunto dei voli nelle date indicate da Lanzalaco tra Palermo e Bologna e tra i passeggeri di questi voli c'era appunto Schifani.
Nel 1999 comunque, non ritenendo sufficienti questi elementi per richiedere il rinvio a giudizio, la procura di Palermo chiede di nuovo l'archiviazione, quindi Schifani viene archiviato. Ma, subito dopo, viene di nuovo indagato perché si sono scoperti altri elementi, non solo per associazione mafiosa ma anche per altri nove reati, tra i quali concorso in corruzione, concussione, abuso d'ufficio, scrive la procura, “in relazione all'acquisto dei decreti di finanziamento e al pilotaggio dell'asta inerente l'appalto per la metanizzazione della città di Palermo, e in particolare agli accordi raggiunti con Cosa Nostra per l'assegnazione della gara a un gruppo di imprese collegate con l'organizzazione mafiosa e agli accordi economici successivi per l'affidamento di noli autorizzati a imprese facenti capo direttamente o indirettamente a Cosa Nostra”.

Schifani e i fratelli Graviano (espandi | comprimi)
Altri due anni di indagine, una parte degli indagati assieme a Schifani viene poi arrestata per bancarotta aggravata dal favoreggiamento alla mafia, mentre viene archiviata sempre per insufficienza di elementi utili a ottenere il rinvio a giudizio, la posizione di Schifani e il filone principale.

Scrivono i magistrati: “considerato, in base alle dichiarazioni dei collaboratori e all'attività di riscontri, il GICO non è stato possibile ricostruire in concreto quali interessi specifici o quali condotte in concreto abbia tenuto, lo Schifani – che è menzionato solo da Lanzalaco come soggetto che avrebbe fatto parte di un gruppo che a Parma avrebbe redatto i patti parasociali per il contratto di appalto – deve essere archiviato”. Il 2 marzo 2002 il GIP archivia la posizione di Schifani che nel frattempo è diventato capogruppo di Forza Italia al Senato.
A questo punto cosa succede? Altre due novità scoperte una sempre da Marco Lillo per il Fatto Quotidiano, l'altra da Lirio Abbate per L'Espresso, cioè due pentiti parlano e tirano in ballo pesantemente Schifani davanti ai magistrati di Palermo, che stanno indagando sulle dichiarazioni fatte da Spatuzza, il quale dice di aver visto un giorno Schifani in un capannone industriale frequentato dai Graviano.
Campanella è il primo pentito che parla ai magistrati e racconta che quando Schifani lo ha querelato perché Campanella l'aveva accusato di avere sistemato il piano regolatore di Villabate a seconda degli interessi della cosca di Nino Mandalà, il capomafia di Villabate che conosceva Schifani dagli anni Settanta perché erano stati soci nella Sicula Broker, Campanella dice che quando Schifani lo ha querelato ha mentito, perché ha minimizzato il suo ruolo nel mettere le mani sul piano regolatore di Villabate, mentre invece le mani ce le ha messe con diverse varianti che, a suo dire, erano state suggerite o comunque servivano agli interessi della cosca di Mandalà.
Il sindaco di Villabate presso il quale lavorava come consulente urbanistico Schifani era una cosa con il clan Mandalà, il famigerato sindaco Navetta.
Naturalmente, il comune di Villabate è stato sciolto per mafia due volte, a causa di questo grumo di interessi Navetta, prestanome di Mandaltà. Campanella perché parla? Perché era un politico dell'Udeur, ex democristiano, che faceva il presidente del consiglio comunale di Villabate, non è un mafioso che va in giro a sparare, è un mafioso col colletto bianco che si occupa di soldi e fa politica per conto della mafia, e oggi è pentito e racconta che c'erano forti interessi nel centro storico e nei terreni delle cooperative edilizie che sono stati in qualche modo risolti da Schifani nell'interesse di Mandalà, questo dice Campanella.
Naturalmente accuse tutte da verificare, noi sappiamo soltanto che Schifani è stato consulente di quel comune piuttosto puzzolente, fino a quando non è stato eletto senatore nell'aprile del 1996.
Altra novità: nuove rivelazioni di Spatuzza. Spatuzza, lo rivela l'Espresso questa settimana grazie a Lirio Abbate, è stato sentito l'anno scorso dalla procura antimafia di Firenze, dai PM che stanno indagando, sulle stragi del 1993 di Milano, Firenze e Roma, e ha detto che Schifani nei primi anni Novanta sarebbe stato decisivo per mettere in contatto Berlusconi e Dell'Utri con i fratelli Graviano. Si sa, e questo è ciò che rende non del tutto incredibile quello che dice Spatuzza, che Schifani alla fine degli anni Ottanta, lo scrive L'Espresso citando una fonte autorevole, aveva avuto già contatti con Dell'Utri, ben prima che nascesse Forza Italia. In quel periodo viaggiava spesso tra Palermo e Milano. Questa stessa fonte, scrive Abbate, rivela che Schifani veniva chiamato il “contabile” di Berlusconi. All'epoca era avvocato esperto di urbanistica, aveva tra i suoi assistiti Giovanni Bontade, fratello del boss Stefano che come è noto, secondo i giudici di Palermo, era legatissimo a Dell'Utri e Berlusconi, fu lui praticamente a battezzare l'assunzione di Vittorio Mangano nella villa di Arcore, poi questo Giovanni Bontade, il fratello del boss dei boss, è stato anche lui condannato per traffico di droga al maxiprocesso, poi è stato assassinato con la moglie nel 1988.
Altri clienti di Schifani, Domenico Federico che era socio di Bontade e un altro boss imprenditore Ludovico Visconti. Questo scrive Lirio Abbate per dire che voi sapete che il coté della mafia di Bontade è sempre stato considerato uno dei possibili flussi di finanziamento del gruppo Berlusconi negli anni Settanta, quando anche come racconta Massimo Ciancimino, la mafia investì nelle imprese e nei cantieri e nelle televisioni.
In quel periodo, dunque, sarebbe nato questo link tra Schifani e Dell'Utri che poi avrebbe portato, sempre secondo quello che dice Spatuzza, Schifani a diventare una specie di anello di congiunzione fra il clan dei Graviano e Dell'Utri e Berlusconi in un periodo nel quale poi noi sappiamo che nel 1993 i Graviano si prendono la responsabilità diretta ed esclusiva delle stragi, che secondo i magistrati e secondo molti collaboratori di giustizia servivano appunto ad accelerare, a spingere la nascita di questo nuovo soggetto politico che poi proprio Dell'Utri ha inventato e ha di fatto indotto Berlusconi a fondare tra il 1993 e il 1994.
Anche queste accuse, come quelle di Campanella, vengono da una fonte da verificare: è un mafioso, Spatuzza, che collabora con la giustizia, ma capite che essendoci stata un'inchiesta tre volte archiviata per mafia su Schifani, notizia che si è saputa dal Fatto quest'estate e che nessuno ha ripreso, adesso è probabile che i magistrati siano costretti a riaprire quest'inchiesta, perché come vi ho detto le archiviazioni, se emergono nuove notizie di reato, vengono revocate e si ricomincia a indagare. Scrive appunto Lirio Abbate che questa indagine verrà riaperta e a settembre, quindi praticamente adesso, i magistrati di Palermo interrogheranno Spatuzza e probabilmente torneranno a interrogare Campanella e tutti gli altri che hanno parlato di Schifani per vedere se c'è qualcosa di concreto e di ancora documentabile oggi su questi racconti che naturalmente risalgono a prima che Schifani entrasse in Parlamento, prima del 1996, o se c'è anche qualcosa di più recente.

Schifani e il palazzo dei mafiosi (espandi | comprimi)
La quarta e ultima novità su Schifani la racconta Marco Lillo sul Fatto Quotidiano e cioè che tra i vari clienti di Schifani c'era un certo Lo Sicco, un costruttore anche lui arrestato per mafia e condannato con sentenza definitiva nel 2008, che aveva costruito un enorme e mostruoso palazzo in piazza Leoni a Palermo, a due passi dal parco della Favorita; in quel palazzo abitavano fior di mafiosi, anche latitanti per un certo periodo.

Quel palazzo incombe e mina la solidità, la stabilità di una piccola casetta dove abitano due anziane sorelle, le sorelle Pilliu. A Palermo le conoscono tutti, perché sono state tra le ultime persone a incontrare Paolo Borsellino, in quanto già nel 1992 si lamentavano per la protervia di questo costruttore mafioso che gli aveva fatto una casa sopra la loro, e che aveva fatto crepare la loro piccola casetta per via dei lavori di questo gigantesco stabile.
Eppure, per 18 anni, vent'anni, forse di più si sono battute invano, perché non riuscivano mai ad avere ragione. Chi aveva torno, cioè il costruttore mafioso coni suoi inquilini mafiosi, era assistito da Renato Schifani ed era una potenza di fuoco tale per cui queste poverette credevano di non avere più nessuna speranza. Ma proprio quest'estate, il 21 luglio, la corte d'appello di Palermo ha confermato la sentenza di primo grado che era arrivata addirittura 8 anni fa, e ha stabilito che il palazzo del costruttore mafioso deve essere abbattuto almeno in parte perché deve arretrare di due metri e mezzo in modo da dare respiro e non minacciare più la stabilità della casetta delle sorelle Pilliu, che intanto è andata a ramengo e quindi deve essere consolidata spese dello Stato perché lo Stato non ha saputo difendere queste due sorelle dall'arroganza del costruttore mafioso e dei suoi amici, naturalmente il costruttore mafioso difeso dall'attuale presidente del Senato.
Questa è una delle poche storie a lieto a fine che si riesce a raccontare. Di tutto questo gli italiani non sanno nulla perché mentre sappiamo tutto della cucina Scavolini e dell'appartamentino a Montecarlo e della Ferrari di Tulliani e della schedina che non si sa se abbia vinto al superenalotto la Tulliani o Gaucci, e delle beghe familiari tra Gaucci e la Tulliani, non sappiamo niente di tutta questa storia che riguarda non la terza ma la seconda carica dello Stato. Perché? Perché non c'è nessun giornale, a parte l'Espresso e il Fatto, che abbia dedicato una riga a queste vicende.
Quando l'Espresso ha anticipato il suo scoop, l'unico quotidiano che ha ripreso la notizia oltre al Fatto Quotidiano è stata Repubblica che lo ha confinato in un trafiletto a pagina 25, praticamente invisibile.
Il giorno dopo Schifani ha detto: “sono indignato per questo nuove insinuazioni, ma sono pronto a farmi interrogare dai magistrati per chiarire tutto” ed è una posizione importante. Il presidente del Senato si dice pronto ad essere interrogato al più presto dai magistrati antimafia di Palermo che stanno indagando su eventuali sue partecipazioni alla mafia. Di questo stiamo parlando: stanno indagando su accuse di mafia nei confronti del presidente del Senato, lui fa un comunicato ufficiale dove dice che vuole essere sentito, è una cosa buona, magari dicesse “voglio essere sentito” e i giornali non scrivono una riga, nessuno a parte il nostro che lo mette in prima pagina. Perché? Perché chi ha censurato le accuse di Spatuzza e Campanella, chi non ha ripreso la notizia che Schifani ha avuto tre iscrizioni per mafia e tre archiviazioni per mafia non può dare conto della replica di Schifani, perché se uno legge la replica si domanda: “ma perchè Schifani vuole essere interrogato su questioni di mafia?” Se nessuno ci ha raccontato che è stato accusato di mafia da qualcuno? Se censuri la notizia devi anche censurare la replica, censura chiama censura, così, mentre da una parte tutti gli italiani sanno delle pagliuzze eventuali di Fini o di suo cognato, nessuno conosce le travi del presidente del Senato. E che differenza c'è tra Fini e Schifani? Sono tutti e due del centro destra, uno ha i capelli e l'altro no, aveva il riporto ora nemmeno quello. La vera differenza è che uno si è scostato da sotto l'ombrello protettivo del Cavaliere e hanno cominciato a sparargli a vista, e non trovandogli travi hanno cercato di inventare delle pagliuzze.
Dall'altro lato c'è un signore che ha delle travi grosse così, almeno da spiegare, non dico che le abbia fatte, ma almeno le deve spiegare, e non c'è nessuno che ne parla e nessuno che lo sa per la semplice ragione che è rimasto a corte e non si sogna nemmeno di allontanarsene. E nessuno si allontanerà da quella corte, dopo aver visto che fine ha fatto quello che se ne è allontanato quest'estate.



Questo è in fondo la migliore prova su strada del conflitto di interessi, ed è anche la migliore spiegazione del perché nessuno, a destra come a sinistra, ha mai pensato a risolverlo.
Buona settimana, passate parola.
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